Libertà di espressione e reputazione aziendale. Eterna battaglia fra la necessità di garantire la libera espressione delle proprie idee da dipendente, e e la protezione della libertà di impresa.

Sono stati tanti i casi di dipendenti che scorrettamente hanno messo in cattiva luce un’azienda e un intero brand con bravate filmate e pubblicate con troppa leggerezza nei social network, poi diventate virali. A tutto danno del brand, dell’azienda, della stabilità del business, dei datori di lavoro e dei colleghi.

Perché se è vero che oggi possiamo comunicare in tempo reale attraverso i social e raggiungere così tantissime persone in tutto il mondo con estrema facilità, è anche vero il contrario ovvero che tale canale di visibilità da cui derivano opportunità di business può altrettanto facilmente trasformarsi in un pericolo per l’azienda quando questa viene screditata da dipendenti che si trasformano nei peggiori ambasciatori.

Trovare un equilibrio fra l’esigenza di esprimersi liberamente senza con questo nuocere all’immagine e alla reputazione aziendale spesso è davvero complesso, perché sottile è il confine fra regole aziendali e libertà personali quando si parla di social media.  Ma è un qualcosa che va assolutamente affrontato. 

Ecco perché si parla sempre più di social media policy, ossia la necessità di regolare l’uso degli strumenti di lavoro quali pc, tablet e smartphone, sia durante l’orario di lavoro, sia oltre.

Policy di questo tipo devono permettere al dottore di lavoro di effettuare dei controlli (di consapevolezza) dell’uso degli strumenti social dei propri dipendenti, al fine di prevenire e limitare condotte illecite che possono danneggiare colleghi, azienda, e anche il dipendente stesso scongiurando così rischio di multe o addirittura licenziamenti per giusta causa (come da casi recenti).

Si tratta più di una sorta di dizionario dell’educazione all’uso professionale dei social, vietando correttamente la superficiale condivisione di contenuti protetti da segreto aziendale o copyright aziendale, o con il divieto di registrare profili non ufficiali, quindi senza autorizzazione, che coinvolgono I marchi dell’azienda. O perfino la social media policy può contenere il divieto di taggare i profili ufficiali dell’azienda in contenuti personali che non hanno alcuna attinenza professionale, o in contenuti personali che possono violare l’immagine, la privacy o l’etica di azienda e colleghi.

Sembrerebbero regole scontate, ma non lo sono. E mettono in risalto più il cattivo uso che personalmente e, in molti casi superficialmente, facciamo dei social, rispetto alle condotte deliberatamente illecite portati avanti contro il datore di lavoro o il collega sgradito. Una presa di coscienza forte che rimette al centro del discorso la pericolosità che l’uso smodato e non ragionato dei social può provocare al nostro lavoro, alla nostra azienda e alla nostra vita in generale.