La tecnologia è in continua evoluzione. La velocità del cambiamento impone grande sforzo per comprendere gli effetti che tale trasformazione – che è principalmente digitale – può avere in tutti i settori industriali.

Vincerà, durante questa trasformazione, chi saprà ben investire in innovazione e maturità digitale. Quindi vincerà chi saprà presto diminuire il gap con i suoi competitor locali e internazionali, e chi migliorerà la propria posizione già competitiva.

A proposito di investimenti, secondo le previsioni IDC la spesa nell’IT nel mondo crescerà del 3% all’anno fino al 2020. Che è poi un dato in linea con la crescita del PIL mondiale. In Italia la velocità è un po’ ridotta: secondo i dati ISTAT, infatti, noi registriamo una debole curva di crescita di poco inferiore all’1% circa il PIL. Invece registriamo significativamente miglioramenti in ambito di spesa e investimento IT: +1,5% nel 2016, +1,7% quest’anno, per superare la quota del +2% nel 2018, stando alle ricerche di Confindustria Digitale.

Aumentando il livello di dettaglio della nostra osservazione, le attività più strettamente legate alla trasformazione digitale vedranno maggiori investimenti da parte delle aziende. In particolare ne benficeranno i settori dei Big Data (+24,7%), Cloud (+23,2%) e Internet of Things (+14,9%).

Una delle dirette conseguenze di questi tassi di investimento sarà la creazione di nuovi spazi di domanda, e quindi di nuove figure da formare e assumere, in posizioni strategiche per guidare le crescita del business e delle aziende. Figure come il data scientist o dell’analytics manager sono già importanti, ma saranno ancor più decisive nei prossimi mesi. Eppure, guardando agli studi di Jobrapido, in Italia la ricerca di personale nell’IT è solo al settimo posto, con le prime tre posizioni dedicate al commercio, all’amministrazione e ai servizi.

Un timido segnale di inversione di tendenza, tuttavia, è registrato dall’aumento degli investimenti puri in ricerca e sviluppo (+2,3%, che è anche maggiore rispetto a nostri molti paesi competitor europei).

Come abbiamo già scritto in questo blog, se vogliamo ridurre il gap dell’Italia rispetto alle nazioni più virtuose nel campo dell’innovazione tout court, bisogna agire sulla maturità digitale delle aziende, il che ha un impatto diretto sui limiti culturali e organizzativi che sembrano frenare il progresso.

Quindi da una parte bisogna investire di più in tecnologia, ma servirebbe investire meglio nell’innovazione della gestione delle nostre imprese. Con il fascino di innovare principalmente le PMI, che sono oltre il 90% del nostro tessuto imprenditoriale.

Questo enorme bacino di utenza, che fa rima con enorme spazio di miglioramento, suggerisce la formazione di aziende e società di consulenza specificatamente dedicate ai temi della trasformazione digitale, e certamente maggiori e più efficaci sinergie tra imprese e università.